Autogrill

autogrillLunedì mattina. Sull’autostrada per Milano la prima nebbia autunnale mi fa rimpiangere il letto tiepido che ho lasciato un’ora prima e al primo autogrill metto la freccia a destra immaginando già il profumo di un croissant appena sfornato. L’area è affollata, tanti come me affrontano la settimana spostandosi per quell’arteria che come un fuso congiunge le due metropoli. Davanti all’ingresso vedo un capannello di operai che chiacchierano, probabilmente commentano le partite della domenica, qualche scommessa che per un goal all’ultimo minuto è andata in fumo. Facile distinguere tra loro quelli che son camionisti, con gli zoccoli rivestiti di pelo, gli operai delle imprese, con le tute tutte uguali quasi fossero una squadra di calcio. Qua e là i rappresentanti di commercio, con l’immancabile cravatta, eleganti e ordinati. Alcuni leggono le notizie sui tablet, o sul giornale, fumando distrattamente una sigaretta. Pochi i turisti, o i viaggiatori casuali. Li riconosci perché incerti cercano la toilette; si muovono insicuri. Tra tutti questa umanità pellegrina noto uno straniero, un immigrato che propone calze, accendini, qualche gadget improbabile che squittisce suoni striduli. Chissà come ha fatto a raggiungere l’area di servizio. Sicuramente non con un suo mezzo e meno ancora probabile che abbia trovato un passaggio. Forse si è creato un varco nella recinzione che costeggia tutta l’autostrada, arrivando dai campi vicini. Insiste con quelli che gli sorridono, propone senza risultati la sua mercanzia. Ha dalla sua di essere l’unico, ma immagino che la sua presenza sia effimera come la vita di alcune farfalle che vivono un solo giorno. Alla prima pattuglia della polizia che sicuramente arriverà di lì a poco sarà costretto a fuggire attraverso quel piccolo varco che lo ha portato in un mondo proibito. Lo evito schivandolo. Entro chiedendo permesso a chi, indeciso se rimaner dentro o star fuori, indugia sulla porta. Cinque o sei persone in coda alla cassa. E’ incredibile come si sia impazienti in quel momento e poi, quando tocca a noi, perdiamo a nostra volta tempo nello scegliere la briosche, innervosendo chi è dietro. Un po’ come quando si è in coda in autostrada perché un incidente rallenta la marcia. Si inveisce contro chi si sofferma a curiosare, rallentando il traffico e poi, quando siamo noi lì, a nostra volta riduciamo l’andatura.




“Vuole il menù mattina?” mi chiede il barista già pronto a digitare il codice sulla cassa. “No,” rispondo io, “cappuccino e una ‘melizia’”. “Un gratta e vinci lo vuole?”. Direi di no, come spesso accade, ma in fondo a destra nella mia mente assonnata un diavoletto sussurra: “E se fosse quello buono?”. Prendo una schedina da cinque euro, pensando di sognarmi milionario mentre inzuppo la ‘melizia’ nella schiuma del cappuccio. “Gratto” i primi numeri in alto e poi, delicatamente, facendo attenzione a non scoprire gli importi, “gratto” quelli sottostanti. Escono i miei preferiti, l’undici, il numero degli angeli, il ventidue, giorno di nascita. Inesorabilmente sopra troneggiano il ventuno e il quarantatré, il cinquantacinque (sono nato io) e l’undici. Si l’undici. Mi trattengo da verificare l’importo che può rendere quel foglietto un biglietto per le vacanze infinite. Proseguo. I numeri che seguono non mi ricordano nulla e, soprattutto, non hanno nessuna corrispondenza con i vincenti. Va beh, l’undici però c’è, è lì che aspetta a svelarmi il suo mistero. Sorseggio dalla tazza il suo contenuto ormai tiepido. Nella vita sei nato vincente oppure no. La differenza la fanno questi momenti di attesa. Chi è fatto per essere vittorioso dà senza esitazione l’ultimo colpo sulla pellicola che nasconde il corrispettivo vinto e se non è favorevole l’importo, stizzito lo allontana da sé, consapevole che la fortuna è solo rimandata e questa volta si è distratta, non riconoscendo il legittimo destinatario. Chi, come me, non è abituato a vincere, ascolta ancora una volta quella voce che proviene dal profondo e che, solenne, ripropone un sottile velo di rassegnazione: “Vedrai, avrai vinto un altro ‘gratta e vinci’”. Così è, ma non proprio. Lentamente compare un uno, uno zero, una virgola e altri due zero. Va beh, dai. Dieci euro. Raddoppio del capitale investito. La colazione gratis. Torno alla cassa per ritirare la vincita ma, alla domanda del barista: “Vuole i dieci euro o un altro biglietto?” rispondo che mi riprendo i cinque spesi all’inizio e sì, un altro biglietto per una nuova emozione. Lo ritiro e torno verso la mia auto. Me lo gusterò seduto al volante, nell’intimità dell’abitacolo secondo il solito rituale; prima i numeri in alto e poi, uno a uno, i possibili vincenti.

Fuori dall’autogrill c’è la stessa situazione di quando sono entrato; son cambiate le persone ma nell’insieme nuovi camionisti si alternano a operai in pausa e venditori con la cravatta. Solo il venditore ambulante è rimasto lo stesso, ma dal suo viso non traspare la sensazione che abbia fatto grossi affari. Salgo in auto e mi siedo tranquillo. Lo vedo che viene verso la mia auto, con un sorriso che vuole esprimere cordialità ma in cui riconosco le tracce della rassegnazione. Ben si ricorda della mia mossa per evitarlo all’ingresso. Mi propone dal finestrino una confezione di calze di cotone, un accendino oppure un cerchietto per i capelli con le orecchie da Topolina, luminose. “No, grazie…non mi serve nulla”. Ma lui indugia, guarda verso la porta dell’autogrill e poi si volta verso me. Prendo il mio gratta e vinci e lo guardo: “Tieni questo, magari vinci dieci euro anche tu?”. No, non gli interessa. Vuole una moneta. Anche solo 50 centesimi, ma sicuri. Non una speranza per una fortuna che sa bene che non si è neanche accorta della sua esistenza. “Dai, prendi questo…”. Lo prende a malavoglia, si allontana guardandolo. Entra nell’autogrill. Lo propone a qualche camionista che neanche si accorge dell’offerta. Si rassegna. Io allaccio la cintura, accendo il motore. Devo fare benzina, a Milano con quella che ho nel serbatoio non ci arrivo. Faccio qualche metro e mi fermo alla pompa del self-service.

D’improvviso vedo spalancarsi la porta dell’autogrill, la gente scostarsi e girarsi a guardare verso questa. Sento parole in arabo, ad alta voce, alternate a grida. Vedo l’ambulante uscire di corsa, mentre getta a destra e a sinistra la sua mercanzia. Svolta di scatto verso la recinzione, dal lato opposto alla corsia delle auto, verso i campi. Qualcuno esce dall’autogrill, per un attimo temo in un attentato o qualcosa del genere. Forse una rapina oppure una lite da parte di qualcuno che si è sentito infastidito dal venditore ambulante. Lui prosegue la sua corsa, urlando parole incomprensibili, puntando affannosamente verso il piccolo varco nella rete, laggiù in fondo. Passando attraverso la rete le si impiglia la giacca, se ne libera lasciandola agganciata al fil di ferro e riprende a correre come un forsennato. Mi volto verso l’ingresso del ristoro, tutti guardano verso l’uomo che corre ma nessuno mostra preoccupazione. Nessuno lo insegue. Tutti guardano la sua corsa concitata; era uno sconosciuto e un intruso tra loro e continua a esserlo. Nel campo adiacente, oltre la rete, l’uomo corre a perdifiato, nella campagna libera dal raccolto e dai legami di questo microcosmo. Ogni tanto saltella, non so se per evitare delle buche o perché la felicità e lo stupore lo assalgono come vampate di fuoco.

Per un attimo resto a guardarlo, come un angelo a cui hanno liberato le ali e tenta il volo.

In mano tiene ben saldo il passaporto per una nuova vita.

“La fortuna è cieca”, penso, “oppure ci vede benissimo, qualche volta…”

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