La Valle dei Castori

castoro_simpaticoIn un tempo lontano, molto lontano, quando l’uomo non esisteva ancora sulla terra e gli animali erano i padroni del cielo, del suolo e del mare, c’era una splendida valle verde, circondata da dolci colline colorate in cui scorreva un fiume di acqua così limpida che laddove formava piccoli laghi ci si sarebbe potuti specchiare. Le colline, ricche di alberi radunati in piccoli boschi diventavano di mille colori in ogni stagione. Il piccolo torrentello che nasceva alle falde del nero monte che segnava il confine tra la terra e il cielo si arricchiva di acqua attraverso i rigagnoli che scendevano dalle colline adiacenti e quando arrivava al mare diventava un fiume ricco di vita. Migliaia di pesci nuotavano nella sua foce formando così una bordiga in cui si riproducevano e crescevano per poi affrontare, una volta adulti, le insidie del mare profondo. Pure i pesci di acqua dolce giocavano con le sue correnti, risalendo spesso la corrente durante la stagione dell’amore. I boschi e i prati brulicavano di vita; piccoli insetti variopinti, farfalle dalle ali striate ma anche scoiattoli, caprette dal pizzo scuro e qua e la talpe solitarie che scavavano lunghe tane per sfuggire a qualche volpe affamata. Ma i veri padroni di quella valle straordinaria erano i castori! Lavorando legni e arbusti creavano piccole e grandi dighe lungo tutto il percorso del fiume, regalando così ai pesci rifugio e acqua ferma dove vivere tranquilli. Il sole ogni mattina, quando sorgeva, era contento di illuminare quel posto magico risvegliando i fiori assopiti e dando vita e vigore alle piante e all’erba. Uno di questi castori, cercando nuovi luoghi dove portare la sua famiglia, passò oltre le colline spingendosi nelle terre del nord, sino a raggiungere una terra a tutti sconosciuta, dove l’inverno portava la neve e i fiumi, possenti e spesso in piena, correvano per chilometri e chilometri prima di raggiungere il mare. Nel suo cammino incontrò un daino dolorante a cui il freddo inverno aveva reso cagionevole la salute. Divennero amici e il castoro, gran chiacchierone, raccontò di quella valle incantata dove il freddo non riusciva mai ad arrivare per davvero e l’erba fresca e novella cresceva in ogni stagione. Il daino ascoltò con attenzione i suoi racconti, spesso chiudendo gli occhi per immaginarla meglio. Non aveva neanche mai pensato che potesse esistere un luogo così e ogni particolare raccontato aumentava il suo desiderio di partire in quella direzione. Decise così di andare a parlare ai suoi amici daini e in breve ne convinse più di uno a iniziare quel viaggio verso un ignoto che era in realtà un miraggio. Anche il castoro decise di tornare indietro con loro; l’inverno alle porte non lo rassicurava per niente e poi aveva nostalgia del profumo di quel mare che la sera, portato dalla brezza, gli cullava il sonno. Fu un incanto, una visione sublime per il gruppo di daini quando, passato il Monte nero, videro lo spettacolo che si mostrava ai loro occhi. Alberi pieni di foglie, molti sconosciuti, erba verde come non l’avevano mai vista, frutti e ogni ben di Dio che un erbivoro potesse sognare. Decisero di stabilirsi nel bosco più fitto e con l’esperienza e la passione che li contraddistingueva potarono le siepi, ridussero il fogliame trasformando quella selva incolta in giardini dall’aspetto anglosassone. Entrando in confidenza con i castori e utilizzando la loro abilità nel lavorare il legno si fecero costruire dei recinti per delimitare il territorio di ogni famiglia e la collina, pur rimanendo florida e rigogliosa, era costellata di cottage eleganti, ottimo riparo in caso di tempesta. La Valle dei Castori, (questo era il nome che gli avevano dato), diventò ancor più bella, così ordinata da sembrare un giardino. Passarono alcuni anni, arrivarono altri daini, ma l’equilibrio del sistema rimase inalterato: erano animali davvero coscienti e con il senso del gusto sopraffino. Anzi, alcuni abili esploratori, tornarono dalle terre del sud con nuove semenze nelle feci e il loro continuo concimare, rese la terra ricca di nuove piante. Alcune erano solo belle a vedersi, altre producevano frutta in abbondanza di cui anche i castori andavano ghiotti. Venne un tempo, però, che nelle terre del nord i daini rimasti si trovarono in difficoltà e quindi, con fare responsabile, quelli che si trovavano nella Valle dei Castori decisero di rientrare. A malincuore. Lasciavano un piccolo paradiso sapendo che non sarebbero più tornati. Ai castori rimasero quelle splendide costruzioni alle quali, con abili sbarramenti al fiume, fecero scorrere l’acqua per poterle utilizzare loro. Spesso le davano in uso ad animali in transito, più che altro bestiame in transumanza, greggi che si trasferivano da pascoli lontani ad altri. nutria3Era insomma diventato un luogo di vacanza, un posto dove alcuni animali venivano a svernare. Tra questi un bel giorno, o meglio un brutto giorno, arrivarono un buon numero di nutrie attirate dal profumo dell’acqua. Ci volle poco affinché capissero che quel territorio simile al paradiso era anche un’occasione da sfruttare a proprio favore. Le nutrie si sa, sono affariste, legate al denaro e poco affezionate al territorio. Sono in grado di occupare un terreno, trasformarlo per il proprio profitto e quando poi è reso simile ad un deserto, abbandonarlo per spostarsi altrove a far danni. Nella loro infima furbizia capirono anche che la colonia di castori era solida, organizzata e non sarebbe stato facile eliminarli. Decisero così di raggirarli, con scaltrezza e lentamente. Intanto occuparono una parte del fiume, proprio dove i daini avevano costruito i loro alberghi. Lentamente diventarono padroni di quasi tutta la collina, mentre i castori in realtà si trovavano in difficoltà a trovar dimora. Li convinsero quindi a lavorar per loro, tagliando alberi e costruire nuovi recinti, dove ospitare i passanti, le solite mandrie solitarie. Quando i castori decisero di riunirsi per decidere il da farsi, era oramai troppo tardi. Intanto alcuni dei castori avevano stretto legami con le nutrie e gli interessi che condividevano erano così vincolanti da non poter più rompere il patto. Poi le nutrie si erano appropriate dei luoghi migliori e cominciarono a trasformare le ospitali dimore dei daini in abitazioni per animali stanziali, come le capre e gli asini. Oltretutto partecipavano alle riunioni con i castori, raccontando un sacco di frottole. Se li rassicuravano sul fatto che quelle trasformazioni avrebbero portato vantaggio alla valle, per contro li obbligavano a tagliare alberi in continuazione per costruire nuove dimore fisse da vendere ad animali che in realtà le usavano poco e male. Non ci vollero molti anni, forse venti, venticinque, perché la Valle dei Castori fosse completamente stravolta, al punto che gli animali in migrazione decisero di passare per altri sentieri, evitando quei luoghi. Certo, questo comportò che la concimazione dei terreni diventasse scarsa e molte piante morirono, creando radure desolate. “Non preoccupatevi, costruiremo parchi artificiali…” dicevano le nutrie e nel mentre fornivano cibi pregiati sottobanco ai capi dei castori. Il vero dramma nacque quando le nuove leve, i piccoli castori, crescendo, si resero conto che non avevano più posti dove vivere e soprattutto dove poter lavorare il legno. Decisero quindi, uno dopo l’altro, che c’erano in qualche parte del globo terre più adatte di quella per vivere e quindi decisero, uno dopo l’altro, di andare via. A questo punto le nutrie, scaltre e avide, mandarono alcuni di loro nelle lande del nord est estremo, per offrire quei luoghi alle renne. Queste, abituate a deserti ghiacciati e inverni eterni, trovarono il posto comunque confortevole e decisero in massa di trasferirsi. Avevano potere e sostanza per comperarsi tutto, e così fecero. Le nutrie, pasciute e arricchite, decisero che era tempo di cambiare aria e in quella che un giorno era stata la splendida Valle dei Castori, sogno di daini anglosassoni, rimase una selva di tronchi rosicchiati e tagliati, intrecciati tra loro da cui spuntavano, qua e la, le corna vellutate delle alci del nord est. L’ultimo castoro rimasto, ormai disperato e deluso, utilizzò l’unico tronco disponibile per costruire una canoa che fece scivolare nel fiume, saltandoci sopra e facendosi portare verso il mare. Giunto alla foce diede alcuni poderosi colpi di coda per evitare che l’onda lo rimandasse indietro e affrontò così il mare aperto sapendo o sperando che al di là di quello esistesse una nuova terra promessa, dove ricostruire il suo paradiso. Ma di lui non si seppe più nulla e neanche la sua canoa venne più trovata.

One Comment
  1. Ma che bella storia…:) grande Vale. Ma tengo a sognare che il castoro abbia raggiunto la corsica e la riabbia popolata 🙂

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