L’Inceneritore maledetto

termovalorizzatore-gerbido-6Quando Pio decise di prendere casa al Gerbido, i lavori per l’inceneritore erano appena iniziati. Alcuni amici gli avevano detto che siccome un gran numero di operai lavoravano a quel progetto, era davvero facile rimediare qualcosa da mangiare tutti i giorni. Avevano l’abitudine di mangiare all’aperto, sotto la tettoia che serviva da ripostiglio ai macchinari e quando tornavano al lavoro per terra c’era un tappeto di briciole davvero interessante. E’ vero, c’erano molti piccioni che si aggiravano nei dintorni ma si sa, i piccioni sono lenti e per un passerotto in piena salute come Pio non erano un problema reale. Lui veniva dalla campagna a sud di Rivoli, viveva in una vigna rubacchiando cibo alle galline, ai maiali e qualche volta osava pure avvicinarsi alla ciotola di Fido, il cane del cascinale. Aveva scelto di scendere in città convinto da altri passerotti intraprendenti e dalla speranza di trovare la sua anima gemella. Così successe, dopo qualche tempo, mentre i lavori proseguivano veloci e rumorosi, incontrò Pia, una splendida passerotta dalle piume leggermente striate. Fu amore a prima vista e dopo una stagione trascorsa a svolazzare tra le impalcature che contornavano il grande comignolo, decisero che era venuto il tempo di far crescere la famiglia. Intanto venne l’inverno e l’inceneritore iniziò a lavorare a regime. Si dicevano tante cose al suo riguardo. Alcuni topi, venuti da Milano, raccontavano che quel fumo biancastro che usciva dal comignolo era pieno di terribili veleni e alcune topesse avevano partorito cuccioli deformi, senza coda o nei peggiori casi senza zampe. I piccioni raccontavano che erano frottole, tutte fantasie di sorci lombardi contrari allo sviluppo. Secondo loro l’aria tiepida attorno al bruciatore aiutava a sopportare meglio l’inverno, spesso era facile trovare cibo nei cassoni dei camions che portavano i rifiuti e l’aria aveva un profumo dolciastro che stimolava l’appetito. Come venne la primavera Pio e Pia si diedero da fare a metter su nuova casa, un nido fatto a regola d’arte, con scorie raccolte nei dintorni, imbottito con le morbide ceneri e abbastanza vicino al camino da avere il riscaldamento garantito nella successiva stagione invernale. Eppure nonostante ogni buona volontà l’estate passò senza che Pia facesse un uovo fecondabile. Passato il tempo dovuto, lo lasciavano cadere dal nido, in un disastroso volo che lo spiaccicava al suolo. Ne approfittava un topino milanese di bocca buona. Poi finalmente anche per Pio e Pia venne il momento magico per cui l’uovo iniziò a trasformarsi. Finalmente il miracolo della fecondazione aveva interessato anche loro e dentro il sottile ma robusto guscio milioni di cellule cominciarono a replicarsi. Erano felici, indaffarati. Pio cercava di far sì che non mancasse mai cibo e che il fumo dell’inceneritore aiutasse Pia nella cova. Passarono i giorni e venne il tempo della schiusa. Ma l’uovo rimaneva intatto, forse un piccolo ritardo, poteva succedere. Passarono uno, due giorni, nulla. Si era fatta pure la luna piena. Niente ancora. Pia, come aveva imparato da sua madre, iniziò a picchiettare sulla sommità del guscio, per favorirne la schiusa. Alcuni colpi, poi altri, sinché ad un certo punto si incrinò, mentre una crepa cominciò ad allungarsi verso il basso. Restarono in attesa, ansiosi ed eccitati. Le due metà caddero ai lati e dall’interno una massa di piume arruffate rotolò fuori, esanime. Non aveva capo, non aveva coda, non aveva soprattutto vita! Forse i topi milanesi avevano ragione, quel grande comignolo fumante portava la morte! Pio fu il primo a riprendersi dal grande dolore, decise che era ora di andare via, di tornare alla vigna in collina dove l’aria era pulita e senza quel dolciastro veleno. “Pia, andiamo via, subito…” si mise a cinguettare con tutto il fiato che aveva in gola. Pia provò a battere le ali, per lanciarsi in volo, ma il terribile veleno aveva colpito anche lei. Non era in grado di coordinare il volo, planò disastrosamente finendo la sua caduta proprio sotto le ruote di un camion che stava arrivando, pieno di spazzatura. Il rumore delle piccole ossa frantumate dal grosso pneumatico furono l’ultimo dolore che Pio volle sopportare; si lanciò a capofitto contro quella maledetta ciminiera, con la speranza di poterne scalfire almeno un mattone. Come lui altre centinaia di uccelli si lanciarono contro il comignolo assassino, quasi fossero sassi di una rivolta insperata, una natura che rifiuta di essere avvelenata. Cento, mille sassi contro la fabbrica di morte, migliaia di piccole vite pronte a sacrificarsi affinché qualcuno si accorgesse che così non si poteva continuare, che quel veleno avrebbe ammalato tutti, compreso chi aveva voluto costruirlo. Pio e Pia non erano morti invano, però a dirla tutta, si sarebbe potuto evitare.

One Comment
  1. Dolcissimo e toccante.
    la mia quaglia si chiama Pio, ma non è costretta a morire per cercare di sopravvivere

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